È vero che l’atto di scrivere
ha affinità con l’impegno bellico, ma questa formula si riferisce
esclusivamente al tipo di energia fisica e mentale che occorre mettere in gioco
prima e durante la composizione.
Sul piano più specifico della
stesura di un testo, parola dopo parola, frase dopo frase, occorre dire
che l’atto di scrivere è simile invece a un processo di tipo alchemico, nel
quale si parte da ciò che si ha in mente e si procede per successioni logiche e
sintattiche che porteranno a un esito estetico diverso da ciò che si prevedeva.
Chiunque scriva, infatti,
dovrà abituarsi all’idea di vedere compiersi sotto i suoi occhi la costante
trasformazione della sostanza. O meglio: dovrà pretendere che il suo sforzo
sintattico ribolla di attività metamorfiche, dovrà rendere possibile la
migrazione di elementi di testo da un punto a un altro della frase, dovrà
percepire le modifiche di calore espressivo grazie alla sostituzione di vocaboli,
dovrà vedere apparire grumi concettuali da sciogliere con la diluizione
descrittiva, dovrà accogliere inaspettati esiti strutturali dovuti proprio alle
continue reazioni avvenute fra i periodi.
Ma soprattutto, chi scrive si
ritroverà modificato esso stesso da quel processo di trasformazione della
sostanza lessicale che ha dovuto mettere in atto ed accettare. Così, abituando
lo sguardo e la mente alla innumerevoli e incessanti trasmutazioni che la
scrittura impone, l’autore giungerà, per affinità alchemica, a percepire se
stesso in forma meno definita e stolida, ovvero più fluida e disponibile a
ulteriori metamorfosi.

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