lunedì 16 marzo 2015

Scrivere 21

Vi sono giovani e bravi autori che cadono ancora nella trappola della ‘lingua letteraria’. Hanno alle spalle buone letture, sono dotati di proprietà lessicale e preparazione sintattica, ma ripetono l’errore di comporre frasi che hanno ‘l’aria letteraria’ (o letter’aria) come a esempio: “…la rugiada brillava riflettendo sfumature iridescenti”.
Frasi come questa sono ovviamente del tutto normali e assolvono alla funzione descrittiva loro affidata, ma il loro limite è quello di suonare come organismi lessicali presi in blocco dalla prosa ‘altra’, forse alta o classica, ma senza dubbio datata. 
Inoltre, la scelta del dettaglio visivo (il riverbero della rugiada, in questo caso, così come in altri autori il pulviscolo reso percettibile da una lama di luce in una stanza) appartiene a luoghi narrativi ampiamente sfruttati, sicché la frase, anziché farmi ‘vedere’ la cosa descritta, mi rimanda soltanto ad altri libri.

Alle corte: se proprio vogliamo scrivere di rugiada o di pulviscolo (non è obbligatorio) dobbiamo faticare un po’ e trovare un modo proprio, personale e soprattutto fisico di rendere l’immagine, magari con una metafora specifica. 


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