Vi sono giovani e bravi
autori che cadono ancora nella trappola della ‘lingua letteraria’. Hanno alle
spalle buone letture, sono dotati di proprietà lessicale e preparazione
sintattica, ma ripetono l’errore di comporre frasi che hanno ‘l’aria
letteraria’ (o letter’aria) come a esempio: “…la rugiada brillava riflettendo sfumature
iridescenti”.
Frasi come questa sono ovviamente del tutto normali e assolvono
alla funzione descrittiva loro affidata, ma il loro limite è quello di suonare
come organismi lessicali presi in blocco dalla prosa ‘altra’, forse alta o
classica, ma senza dubbio datata.
Inoltre, la scelta del dettaglio visivo (il riverbero della rugiada, in questo caso,
così come in altri autori il pulviscolo
reso percettibile da una lama di luce in una stanza) appartiene a luoghi
narrativi ampiamente sfruttati, sicché la frase, anziché farmi ‘vedere’ la cosa
descritta, mi rimanda soltanto ad altri libri.
Alle corte: se proprio
vogliamo scrivere di rugiada o di pulviscolo (non è obbligatorio) dobbiamo faticare un po’ e trovare
un modo proprio, personale e soprattutto fisico di rendere l’immagine, magari
con una metafora specifica.

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