Il fatto è che siamo portati a intendere la parola ‘vita’ come
qualcosa di riconducibile a esperienze note, o almeno immaginabili, in un atto
di superbo zoocentrismo (o, peggio, antropocentrismo). Non pensiamo mai di
estendere la definizione di vita al respiro eterno e incessante degli atomi e
delle molecole che si ricombinano da sempre in sostanze ora animate ora no. Non
attribuiamo la patente di ‘vivente’ alla pietra che si sfalda e sulla quale i
sali si dissolvono in ioni per riunirsi altrove in concrezioni nuove. Restiamo saldamente abbarbicati all’idea di vita connessa con gli
esseri animati e individui.
Ma basterebbe estendere il senso del termine ‘vita’ anche alla parte
inorganica del mondo per far diventare un saggio di geologia interessante come un romanzo. E se
qualche autore cominciasse a scrivere la storia di una scaglia di ossidiana (o
di un numero, o di un cactus) con la stessa intensità e angolazione di sguardo
prestata agli umani, ecco che assisteremmo al sorgere di una nuova letteratura.mercoledì 4 marzo 2015
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