mercoledì 4 marzo 2015

Scrivere 14

Il fatto è che siamo portati a intendere la parola ‘vita’ come qualcosa di riconducibile a esperienze note, o almeno immaginabili, in un atto di superbo zoocentrismo (o, peggio, antropocentrismo). Non pensiamo mai di estendere la definizione di vita al respiro eterno e incessante degli atomi e delle molecole che si ricombinano da sempre in sostanze ora animate ora no. Non attribuiamo la patente di ‘vivente’ alla pietra che si sfalda e sulla quale i sali si dissolvono in ioni per riunirsi altrove in concrezioni nuove. Restiamo saldamente abbarbicati all’idea di vita connessa con gli esseri animati e individui.
Ma basterebbe estendere il senso del termine ‘vita’ anche alla parte inorganica del mondo per far diventare un saggio di geologia interessante come un romanzo. E se qualche autore cominciasse a scrivere la storia di una scaglia di ossidiana (o di un numero, o di un cactus) con la stessa intensità e angolazione di sguardo prestata agli umani, ecco che assisteremmo al sorgere di una nuova letteratura.



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