mercoledì 11 marzo 2015

Scrivere 18

Pietro mi dice che l’ortografia è solo un valore convenzionale e che ‘basta capirsi’.
Scrivere in forma corretta, vorrei replicare, non è solo un atto di convenzione, ma di sostanza. Se io anziché dire ‘Pietro’ dicessi ‘Pitro’, nel nominarlo fra amici, lui mi farebbe senza dubbio notare che il suo nome è Pietro. E se due minuti dopo lo chiamassi nuovamente ‘Pitro’ al posto di ‘Pietro’, lui - ne sono certo - mi segnalerebbe di nuovo l'errore oppure deciderà che sono uno screanzato e che non ho per lui la minima attenzione. A quel punto potrei dirgli che basta capirsi, tanto nessun altro, in quel gruppo, si chiama Pitro o Pietro, quindi non c’è da sbagliare. Però lui non sarebbe d’accordo. Vorrebbe essere nominato nella forma corretta. 
Ma perché? 
Per la ragione che lui, come tutti, sa o intuisce o percepisce che il suo nome è davvero qualcosa di più che non la semplice formula convenzionale con cui lo si identifica. Pietro sa (intuisce, percepisce) che lui è il suo nome, sa che se il suo nome viene pronunciato o scritto in forma scorretta è come se venisse intaccata la sua identità, non solo la convenzione.
Ma ciò che accade per il nostro nome - vorrei dire a Pietro - vale anche per le parole che designano cose, azioni, qualità. Se nominiamo le cose e le azioni in forma scorretta, quelle cose e quelle azioni perdono parte della loro identità. Inoltre, usare un vocabolo in forma scorretta rivela qualcosa di noi: rivela che poniamo poca attenzione al mondo, indica la nostra poca adesione al vero, tradisce la nostra indifferenza per la sostanza delle cose (poiché, giova ripeterlo, il nome è la cosa).

Alle corte: usare le parole nella forma corretta è importante se si vuole davvero prendere contatto con il mondo, ed è addirittura indispensabile se si pretende di raccontarlo con le parole scritte.


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