"Da quando avevo sedici anni" gli ho detto, "vado in giro con un quadernetto, un taccuino, un calepino. Mi viene in mente un pensiero che trovo curioso o gaio? Me lo segno. Dico una frase che mi piace? Me la segno. Mi salta in testa una possibile idea per un racconto? Me la segno. Sento un bel dialogo fra sconosciuti? Me lo segno. Leggo una bella frase? Me la segno Mi raccontano un aneddoto potente? Me lo segno. Mi sveglio la notte con un guizzo in testa? Me lo segno. Mi viene da commentare una scena di un libro? Me lo segno. E potrei andare avanti ore. Poi, la sera stessa o l'indomani, sviluppo ognuno di quei frammenti in una forma più precisa e metto da parte, come il fieno in cascina. In questo modo credo di aver riempito centinaia di quaderni e di fogli presi al volo (le poche colte che ero senza quaderno). Da allora, ogni volta che finisco un testo, pesco un elemento da quell'immenso deposito e lo sviluppo: romanzo, racconto, saggio, collage, pastiche, raccolta di stupidaggini, variazioni su un tema inutile. Comincia anche tu a seguire questo metodo e ti ritroverai con una miniera inesauribile di progetti pronti per prendere forma. Grazie a questo semplice metodo ho sempre un lavoro in corso e decine di lavori pronti, dato che i tempi editoriali sono più lenti dei tempi, pur rilassati, che questa modalità permette. Ho da parte una decina di romanzi finiti, sei o sette saggi di varia natura già conclusi, e mi diverto sempre. Quindi, amico mio, comprati subito un quaderno e comincia. Non ti annoierai mai più, sarai sempre impegnato e sarai sempre felice (proprio perché sei impegnato)".
giovedì 1 agosto 2019
mercoledì 24 luglio 2019
Cure palliative
So che molte persone tremano di spavento al solo sentir nominare le cure palliative, dato che le associano alla perdita di ogni speranza. Io, invece, le trovo sincere. Al contrario, ho il sospetto che quell'altra, la speranza, sia già di suo una cura palliativa. Così come tutte le cure, in un senso più ampio, sono palliative, dato che spostano soltanto di poco la data dell'esecuzione. Ma voglio andare ancora più in là. Anche le passioni e le idee mi appaiono spesso come cure palliative, giacché illudono di avere un futuro e un obiettivo.
Insomma, in mancanza d'altro, viva le cure palliative.
Insomma, in mancanza d'altro, viva le cure palliative.
domenica 23 giugno 2019
Onorate l'altissimo poeta
venerdì 7 giugno 2019
Romain Gary
C'è poco da fare, più leggo Romain Gary, più la mia stima per lui cresce. Ora sto leggendo "Gli aquiloni" e procedo ammirato in attesa dei suoi guizzi di potenza leggera, dei suoi tocchi di maestria. Ma soprattutto, libro dopo libro, scopro che la sua prosa nutre così tanto da rendermi indifferente per giorni e a volte per settimane allo stucchevole e querulo cicaleccio del mondo e dell'attualità. Gary, con il suo fraseggio sfalsato e con le sue brevi impennate di genio, mi costringe ad abbandonare pigre abitudini mentali e nello stesso tempo mi allontana dalle noiose imprese dei miei contemporanei.
Romain Gary ha il passo e lo stile di chi si confronta esclusivamente con l'eternità, non con le tendenze del giorno o con il piccolo teatrino della propria breve vita. Ma al tempo stesso fornisce con precisione, quando è necessario, i connotati delle canaglie, dei traditori dell'umanità.
Romain Gary ha il passo e lo stile di chi si confronta esclusivamente con l'eternità, non con le tendenze del giorno o con il piccolo teatrino della propria breve vita. Ma al tempo stesso fornisce con precisione, quando è necessario, i connotati delle canaglie, dei traditori dell'umanità.
martedì 4 giugno 2019
Pontormo, il solitario
Pontormo, nei suoi diari, scrive che un giorno hanno bussato alla porta, ma siccome non sapeva chi ci fosse, lì dietro, non ha aperto e ha continuato a dipingere.
Ecco, il bello di praticare un'arte è tutto interno al piacere di comporre, alla concentrazione che diventa una condizione di vita. Praticare un'arte fa prediligere la solitudine e induce a tenere a distanza l'attualità. E anche il suono di un campanello è attualità.
Pontormo avrebbe gradito "Non mi toccare"?
Ecco, il bello di praticare un'arte è tutto interno al piacere di comporre, alla concentrazione che diventa una condizione di vita. Praticare un'arte fa prediligere la solitudine e induce a tenere a distanza l'attualità. E anche il suono di un campanello è attualità.
Pontormo avrebbe gradito "Non mi toccare"?
lunedì 3 giugno 2019
Non mi toccare
Riprendo il mio blog, dopo un lungo silenzio, per accompagnare nel mondo il mio ultimo nato, il romanzo "Non mi toccare", un noir che inizia e finisce a Torino, passando per la Sardegna, per l'Islanda e per le isole Faer Oer. La protagonista è Susanna, ed è affetta da aptofobia, la paura di essere toccati. Susanna è un'isola, e cerca la fuga sulle isole. Ma il mondo non dà tregua né ristoro, si sa...
domenica 24 gennaio 2016
mercoledì 8 aprile 2015
Scrivere 28
Il nome di un autore edito
suona pressoché anonimo rispetto all’autore di un testo inedito. Chi per
passione, gusto o professione frequenta sia i libri inediti e sia quelli editi
si rende conto facilmente di questo fenomeno singolare. Ciò è dovuto, forse, ad
una interessante e formidabile differenza fra libro edito e libro inedito,
ovvero la diversa paternità (o maternità, è uguale). Infatti, il padre del
libro edito, qualunque cosa ne pensi l’autore, è l’editore, che cercherà perciò
di dare alla sua creatura tratti ed eredità che la rendano riconoscibile nel
mondo: un logo, un formato, un colore, una copertina, una grafica, uno stile
editoriale e così via. Il nome dell’autore (se l’autore non è già noto di suo
per altre ragioni), ai fini di questa riconoscibilità, è l’ultimo dei parametri
utili.
Il testo inedito, invece,
giunge al lettore senza copertina, muto, privo di prezzo, dannatamente pallido,
spesso non rilegato, ma munito di un solo dato: il nome dell’autore. Sarà con
quel nome che il lettore di inediti dovrà entrare in confidenza per dare una
identità al testo che sta sfogliando.
sabato 4 aprile 2015
Scrivere 27
Ogni autore sogna per il suo
testo un futuro di libro edito e talvolta tende a scrivere opere che ritiene
adatte alla pubblicazione. Per fortuna non ci riuscirà mai, perché sebbene egli sia convinto
di generare l'opera, sarà l'opera a dare forma all'autore.
E quindi,
per quanto un autore desideri comporre un testo capace di non sfigurare lassù,
nel mondo emerso dei libri editi, ecco che la sottile malizia dell'opera entra
in azione. Lui, l'autore, crede di
scrivere guardando al mondo emerso, sopra il livello del mare, ma l'opera che gli nasce sotto i
polpastrelli, più forte e determinata di lui, parlerà di diatomee e di chiglie
anziché di palme o di prue; la luce che sfuggirà dalle righe sarà strabica e si
vedrà il remo spezzato rispetto all'angolo di ingresso sul pelo dell'acqua,
mentre il pesce spada darà qua e là tagli imprevedibili alla sintassi.
domenica 29 marzo 2015
Scrivere 26
Del resto, tutti dovrebbero
scrivere.
Ognuno di noi dovrebbe
svolgere l’esercizio di trasferire sulla carta il risultato
delle proprie riflessioni, l’esito dei propri pensieri, lo sviluppo e la
struttura delle proprie idee. Non tanto per esibirsi in un atto vanaglorioso,
ma soltanto per portare chiarezza dentro di sé, per sapere se effettivamente si
pensa ciò che si crede di pensare. E bisognerebbe cercare di scrivere nel modo
più chiaro e preciso possibile.
Alle corte: da sempre ho
fatto mia la frase di Nietszche secondo cui migliorare
lo stile significa migliorare il pensiero.
martedì 24 marzo 2015
Scrivere 25
È vero che l’atto di scrivere
ha affinità con l’impegno bellico, ma questa formula si riferisce
esclusivamente al tipo di energia fisica e mentale che occorre mettere in gioco
prima e durante la composizione.
Sul piano più specifico della
stesura di un testo, parola dopo parola, frase dopo frase, occorre dire
che l’atto di scrivere è simile invece a un processo di tipo alchemico, nel
quale si parte da ciò che si ha in mente e si procede per successioni logiche e
sintattiche che porteranno a un esito estetico diverso da ciò che si prevedeva.
Chiunque scriva, infatti,
dovrà abituarsi all’idea di vedere compiersi sotto i suoi occhi la costante
trasformazione della sostanza. O meglio: dovrà pretendere che il suo sforzo
sintattico ribolla di attività metamorfiche, dovrà rendere possibile la
migrazione di elementi di testo da un punto a un altro della frase, dovrà
percepire le modifiche di calore espressivo grazie alla sostituzione di vocaboli,
dovrà vedere apparire grumi concettuali da sciogliere con la diluizione
descrittiva, dovrà accogliere inaspettati esiti strutturali dovuti proprio alle
continue reazioni avvenute fra i periodi.
Ma soprattutto, chi scrive si
ritroverà modificato esso stesso da quel processo di trasformazione della
sostanza lessicale che ha dovuto mettere in atto ed accettare. Così, abituando
lo sguardo e la mente alla innumerevoli e incessanti trasmutazioni che la
scrittura impone, l’autore giungerà, per affinità alchemica, a percepire se
stesso in forma meno definita e stolida, ovvero più fluida e disponibile a
ulteriori metamorfosi.
domenica 22 marzo 2015
Scrivere 24
Sì, l'atto di scrivere ha
molte affinità con l'impegno bellico.
Durante la fase preliminare, infatti, quando si delinea la strategia, è necessario affidare al dubbio il ruolo di più fidato consigliere. Ma poi, quando l'attacco si è reso inevitabile, il dubbio deve essere lasciato al sicuro nelle retrovie affinché l'azione sintattico-narrativa possa essere esercitata con tutta l'efficacia e la potenza che è in grado di esprimere.
Alle corte: una volta impugnata la penna dovrai lottare su ogni frase con volontà leonina.
Durante la fase preliminare, infatti, quando si delinea la strategia, è necessario affidare al dubbio il ruolo di più fidato consigliere. Ma poi, quando l'attacco si è reso inevitabile, il dubbio deve essere lasciato al sicuro nelle retrovie affinché l'azione sintattico-narrativa possa essere esercitata con tutta l'efficacia e la potenza che è in grado di esprimere.
Alle corte: una volta impugnata la penna dovrai lottare su ogni frase con volontà leonina.
venerdì 20 marzo 2015
Scrivere 23
Sotto i pini marittimi, con il mare sullo
sfondo, in un rovente pomeriggio mediterraneo, si compie la tragedia.
Le cicale
- sfondo sonoro e imperturbato - non hanno mai interrotto il loro concerto.
Il
canto delle cicale rammenta al romanziere che ogni storia è immersa in una
realtà di solito piuttosto indifferente, ed è grazie a questo fondale immoto
che l'evento narrato trae risalto e spessore.
Alle corte: chi scrive non deve mai dimenticare di dare voce anche alle cicale, nel suo testo.
Alle corte: chi scrive non deve mai dimenticare di dare voce anche alle cicale, nel suo testo.
mercoledì 18 marzo 2015
Scrivere 22
Ma per quale ragione, poi, si
dovrebbe scrivere?
La domanda non è oziosa, ma
punta al centro del problema. Credo che le risposte davvero concrete siano
poche. La più importante e completa dovrebbe essere questa: “Non esiste una
ragione per scrivere, ma tanti motivi più o meno buoni e quasi tutti
poco importanti e in gran parte connessi con il banale bisogno di appagamento
del proprio io”.
Fra i motivi minori,
tuttavia, mi sembra di trovare un più nobile argomento (rispetto ai vagiti
dell’autocompiacimento) nel fatto che la scrittura migliora la percezione del
mondo: dovendo descrivere una persona, una cosa o una scena, sono costretto a
osservare a fondo sia il quadro generale e sia i dettagli, e in questa
operazione di graduale messa a fuoco i miei sensi si impadroniscono del mondo
in maniera più piena e profonda di quanto non accada in altri momenti.
Alle corte: scrivere se non
altro fa bene alla vista.
lunedì 16 marzo 2015
Scrivere 21
Vi sono giovani e bravi
autori che cadono ancora nella trappola della ‘lingua letteraria’. Hanno alle
spalle buone letture, sono dotati di proprietà lessicale e preparazione
sintattica, ma ripetono l’errore di comporre frasi che hanno ‘l’aria
letteraria’ (o letter’aria) come a esempio: “…la rugiada brillava riflettendo sfumature
iridescenti”.
Frasi come questa sono ovviamente del tutto normali e assolvono
alla funzione descrittiva loro affidata, ma il loro limite è quello di suonare
come organismi lessicali presi in blocco dalla prosa ‘altra’, forse alta o
classica, ma senza dubbio datata.
Inoltre, la scelta del dettaglio visivo (il riverbero della rugiada, in questo caso,
così come in altri autori il pulviscolo
reso percettibile da una lama di luce in una stanza) appartiene a luoghi
narrativi ampiamente sfruttati, sicché la frase, anziché farmi ‘vedere’ la cosa
descritta, mi rimanda soltanto ad altri libri.
Alle corte: se proprio
vogliamo scrivere di rugiada o di pulviscolo (non è obbligatorio) dobbiamo faticare un po’ e trovare
un modo proprio, personale e soprattutto fisico di rendere l’immagine, magari
con una metafora specifica.
domenica 15 marzo 2015
Scrivere 20
M. ha scritto un romanzo dallo stile
nitido. La sua prosa è muscolare, controllata, ma poi cade affidando ai
personaggi (alta borghesia) caratteri rigidi, fissi, oltremodo negativi, spinto forse dall’astio sociale o dal livore di classe. Così vanifica il suo sforzo e
rende scadente un testo di buona fattura sintattica.
Lo scrittore deve rendersi conto di essere una lente, una lente preziosa che riesce a scorgere in un evento a prima vista semplice tutta la complessità di cui è composto. Lo scrittore sa (deve sapere) che ogni evento è più complesso di quanto sembri, che il suo compito è proprio quello di fuggire le semplificazioni e le generalizzazioni, per scandagliare la realtà nelle sue più riposte pieghe.
Alle corte: chi vuole esprimere giudizi perentori sulla società o sulle persone scriva un saggio, un trattato, un pamphlet e lasci il romanzo a chi è armato di soli acuti sensi e ramificati dubbi.
Lo scrittore deve rendersi conto di essere una lente, una lente preziosa che riesce a scorgere in un evento a prima vista semplice tutta la complessità di cui è composto. Lo scrittore sa (deve sapere) che ogni evento è più complesso di quanto sembri, che il suo compito è proprio quello di fuggire le semplificazioni e le generalizzazioni, per scandagliare la realtà nelle sue più riposte pieghe.
Alle corte: chi vuole esprimere giudizi perentori sulla società o sulle persone scriva un saggio, un trattato, un pamphlet e lasci il romanzo a chi è armato di soli acuti sensi e ramificati dubbi.
venerdì 13 marzo 2015
Scrivere 19
Il vero nemico da combattere,
durante la scrittura, è il nostro stesso io.
Infatti, se l’io è pletorico o
ipertrofico sarà difficile scrivere di qualcosa che sia diverso da noi, mentre
invece l’atto di scrivere esige che si lavori sempre intorno a qualcosa di
diverso da noi, anche nel caso che si scriva di se stessi, affinché siano
mantenute la giusta distanza dalle cose e la freddezza necessaria all’intento.
Inoltre, se l’io signoreggia sarà impossibile rendere con chiarezza il punto
di vista altrui, sarà arduo dare al testo un tono ‘panoramico’ o sinfonico.
Insomma, l’io è un ostacolo
alla scrittura (oltre a essere l’unica fonte da cui attingere, per paradosso). Se
poi il desiderio di scrivere anima una personalità dall’io ingombrante per avidità
di vita e di sentimento, per quel continuo
oscillare tra tormento ed estasi, per quel fuoco gelido che rende le decisioni
dilaniate dal sospetto che la scelta opposta sarebbe stata migliore, ebbene,
per questa persona l’ostacolo dell’io sarà pressoché insormontabile. E perciò
dovrà liberarsi al più presto di quell’invadente fardello. Ma come?
Scrivendone, semplicemente, per poi distruggere.
mercoledì 11 marzo 2015
Scrivere 18
Pietro mi dice che
l’ortografia è solo un valore convenzionale e che ‘basta capirsi’.
Scrivere in forma corretta,
vorrei replicare, non è solo un atto di convenzione, ma di sostanza. Se io
anziché dire ‘Pietro’ dicessi ‘Pitro’, nel nominarlo fra amici, lui mi farebbe
senza dubbio notare che il suo nome è Pietro. E se due minuti dopo lo chiamassi
nuovamente ‘Pitro’ al posto di ‘Pietro’, lui - ne sono certo - mi segnalerebbe
di nuovo l'errore oppure deciderà che sono uno screanzato e che non ho per
lui la minima attenzione. A quel punto potrei dirgli
che basta capirsi, tanto nessun altro, in quel gruppo, si chiama Pitro o
Pietro, quindi non c’è da sbagliare. Però lui non sarebbe d’accordo. Vorrebbe
essere nominato nella forma corretta.
Ma perché?
Per la ragione che lui, come
tutti, sa o intuisce o percepisce che il suo nome è davvero qualcosa di più che
non la semplice formula convenzionale con cui lo si identifica. Pietro sa
(intuisce, percepisce) che lui è il suo nome, sa che se il suo nome
viene pronunciato o scritto in forma scorretta è come se venisse intaccata la
sua identità, non solo la convenzione.
Ma ciò che accade per il
nostro nome - vorrei dire a Pietro - vale anche per le parole che designano
cose, azioni, qualità. Se nominiamo le cose e le azioni in forma scorretta,
quelle cose e quelle azioni perdono parte della loro identità. Inoltre, usare
un vocabolo in forma scorretta rivela qualcosa di noi: rivela che poniamo poca
attenzione al mondo, indica la nostra poca adesione al vero, tradisce la nostra
indifferenza per la sostanza delle cose (poiché, giova ripeterlo, il nome è
la cosa).
Alle corte: usare le parole
nella forma corretta è importante se si vuole davvero prendere contatto con il
mondo, ed è addirittura indispensabile se si pretende di raccontarlo con le parole
scritte.
lunedì 9 marzo 2015
Scrivere 17
Ci sono segreti che, pur rivelati in ogni loro dettaglio, mantengono inalterata tutta
la loro occulta potenza, poiché il vero segreto non sta nella rivelazione del principio enunciato o nella modalità tecnica esposta, ma nella difficoltà di accedere a quella
padronanza di cui il segreto è solo l’astrazione.
Uno dei segreti della
scrittura, a esempio, è nella precisione lessicale. Grazie a questa capacità, chi legge riesce davvero a vedere o a capire ciò che l’autore sta
descrivendo. Ecco, un segreto di tale genere può essere donato a tutti
e probabilmente non c’è manuale che non ne parli.
E però il segreto mantiene
intatto il suo nucleo di inaccessibilità, poiché per arrivare alla precisione
lessicale occorre passare per innumerevoli stadi, compiere infiniti sforzi,
scrivere e riscrivere mille volte la stessa frase, modificare periodi e
sintassi, sostituire verbi o eliminare aggettivi, lungo una strada che regala
la vera comprensione del segreto soltanto al fondo dell'esperienza fisica, dopo aver consumato tenacia e
perseveranza.
domenica 8 marzo 2015
Scrivere 16
Chi ha scelto di scrivere (pare ovvio dirlo) ha privilegiato l’ombra alla
luce, il silenzio al clamore, la solitudine alla compagnia. Ed è perciò bizzarro che poi manifesti un insano desiderio di apparire.
E dunque, se
il tuo bisogno di apparire è davvero così impellente – vorrei dire a N. – allora
dovresti cercare di soddisfarlo in un altro modo, perché scrivere nasce quasi
sempre da una urgenza tutta opposta.
Resta
inteso che chiunque scrive trarrà infine piacere dal pubblicare, ma bisogna
saper distinguere, appunto, fra il normale piacere che discende dal riconoscimento
del proprio lavoro (non diverso dal piacere che prova chi cucina nel vedere
apprezzati i piatti preparati) e la patologica necessità di essere notati, che
va discussa con uno specialista.
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