C’è da dire una cosa: quando si soffre si ha la sensazione
di diventare più ‘sensibili’, e si tende perciò a scrivere di quello stato, da quell’apparente privilegiato punto di osservazione, così ricco di sfumature. È
un errore. Quando si soffre non si diventa affatto più sensibili, ma molto
molto meno capaci di cogliere i profili della realtà. Faccio un esempio: se ci
ustioniamo, la parte colpita sembra diventare più sensibile, ma in realtà è soltanto
reattiva, fa male appena la sfiori, ma è incapace di riconoscere il caldo dal
freddo, il liscio dal ruvido eccetera, perché il solo contatto produce dolore.
Così accade con le cose della testa (o del cuore, per quel che vuol dire).
Quando fa male da quelle parti crediamo di essere più sensibili, ma siamo solo
più reattivi. Scrivere di quella particolare reattività è un errore, perché ciò
che ne esce è soltanto la prova di una cieca reazione, già mille volte
descritta e di solito inutile e noiosa per chi legge.
Insomma, in attesa che passi la bufera bisogna continuare a
scrivere come se la bufera non ci fosse. Alle corte: niente intimismi e simili,
mai.

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