Scrivere un racconto è più
difficile che scrivere un romanzo.
Tutti conoscono questo noto ritornello. Tempo fa nacque addirittura un piccolo evento letterario intorno al più breve racconto
del mondo: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora là”, di Augusto Monterroso.
Ma in che cosa consiste questa difficoltà che
caratterizza i testi brevi? Perché un racconto breve è ‘più difficile’ di un
lavoro più lungo?
Forse, una delle ragioni è che nella brevità vengono
sacrificate le facoltà panoramiche del raccontare. Ma il lettore, ogni lettore,
è come un drogato, e pretende che l’atto della lettura gli dilati un bagliore
nella testa, gli regali, appunto, un panorama da osservare (uno scenario,
un’idea, un eccesso, va tutto bene). Ma come si fa, in poche righe, a mostrare
tanto? Si deve ricorrere a qualche trucco, si deve ‘alludere’ a un panorama, si
deve dire qualcosa che evochi qualche altra cosa. E riuscire a far vedere ciò
che non è nemmeno detto, è davvero un artificio complesso e delicato.
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