Tutti parlano.
Chiacchierano, litigano, si confidano, discutono, qualcuno conciona, altri
dialogano.
Può sembrare
naturale che si possa scrivere con la stessa facilità. E invece no. Appena si
comincia a scrivere si è già meno rilassati, alcuni avvertono addirittura come
un blocco, una difficoltà e spesso non cominciano nemmeno. Qualcuno potrebbe
suggerire di registrare i nostri dialoghi più appassionati, più vivaci e
divertenti, per avere bello e pronto un testo di prima qualità. Si faccia la
prova, e si vedrà che anche quel testo, così scintillante nella realtà, suona
molle e insipido, sulla carta.
Come mai?
Il fatto è che
parlare e scrivere non sono la stessa cosa. Nella lingua parlata applichiamo
meccanismi acquisiti nell’infanzia, li replichiamo in un modo che ci pare ormai
istintivo, sicché ognuno di noi parla con un discreto grado di naturalezza.
La scrittura,
invece, è un artificio totale, paragonabile all’azione del giocoliere, del
funambolo, del prestigiatore. Ecco perché quel brillante dialogo orale diventa
sciocco appena viene calato sulla pagina: per potere essere trascritto
fedelmente, quel dialogo, deve essere tradotto nella lingua della scrittura,
deve essere impastato con gli artifici e le tecniche, e soprattutto le malizie
e i trucchi di quel mezzo. Bisogna far vedere e nascondere, dire e lasciare
immaginare, procedere spediti e poi improvvisamente rallentare, quasi fermarsi,
per poi scattare nuovamente.
Scrivere
significa impadronirsi di queste malizie.

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