Il fatto è che siamo portati a intendere la parola ‘vita’ come
qualcosa di riconducibile a esperienze note, o almeno immaginabili, in un atto
di superbo zoocentrismo (o, peggio, antropocentrismo). Non pensiamo mai di
estendere la definizione di vita al respiro eterno e incessante degli atomi e
delle molecole che si ricombinano da sempre in sostanze ora animate ora no. Non
attribuiamo la patente di ‘vivente’ alla pietra che si sfalda e sulla quale i
sali si dissolvono in ioni per riunirsi altrove in concrezioni nuove. Restiamo saldamente abbarbicati all’idea di vita connessa con gli
esseri animati e individui.
Ma basterebbe estendere il senso del termine ‘vita’ anche alla parte
inorganica del mondo per far diventare un saggio di geologia interessante come un romanzo. E se
qualche autore cominciasse a scrivere la storia di una scaglia di ossidiana (o
di un numero, o di un cactus) con la stessa intensità e angolazione di sguardo
prestata agli umani, ecco che assisteremmo al sorgere di una nuova letteratura.mercoledì 4 marzo 2015
lunedì 2 marzo 2015
Scrivere 13
Bisogna
parlare e scrivere tenendo conto dell'immaginario di chi ascolta o legge. Se io
dico 'portamento', chi mi ascolta pensa istintivamente al passo della modella.
Ma se io volevo intendere con 'portamento' ad esempio l'autorevolezza presente
anche nella struttura fisica di una persona, allora dovevo sforzarmi per
cercare il termine capace di evocare nell'altro esattamente ciò che io
avevo in mente.
Dunque, per farsi capire occorre attingere, prima di usare una parola, a una sorta di 'patrimonio collettivo di immagini' e far coincidere la parola scelta con l'immagine collettiva che quella parola evoca.
Ma soprattutto occorre battersi - ripeto, battersi - fra vocabolo e vocabolo, fra termine e termine, scegliendo e scartando a oltranza, fino a ottenere il risultato voluto. Alle corte: parlare (o scrivere) con proprietà e con capacità di farsi intendere ha a che fare con le arti marziali.
Dunque, per farsi capire occorre attingere, prima di usare una parola, a una sorta di 'patrimonio collettivo di immagini' e far coincidere la parola scelta con l'immagine collettiva che quella parola evoca.
Ma soprattutto occorre battersi - ripeto, battersi - fra vocabolo e vocabolo, fra termine e termine, scegliendo e scartando a oltranza, fino a ottenere il risultato voluto. Alle corte: parlare (o scrivere) con proprietà e con capacità di farsi intendere ha a che fare con le arti marziali.
domenica 1 marzo 2015
Scrivere 12
C’è chi (come me) vede in ogni elenco l’abbozzo o meglio
lo scheletro di una narrazione, il riflesso di una storia, e ne assorbe il
profumo. Ricavare da uno scarno elenco di nomi il senso di una trama può
sembrare un modo elementare e forse pigro per dare libero sfogo
all'immaginazione, ma l’esercizio è senza dubbio interessante e produce
esperienze psichiche alte, al punto che io lo ripeto pressoché ogni giorno, con
grande piacere.
Alcuni esempi: leggere i necrologi e vedere l’arredamento delle
case; scorrere i nomi dei vincitori di tappa del Tour de France, con l’atlante
sott’occhio, e sentire il caldo del Mont Ventoux o le ventate di Normandia;
leggere i nomi degli elementi chimici e scorgere i cristalli o la lava
vulcanica.
sabato 28 febbraio 2015
Scrivere 11
Il pensiero - vale a dire ciò che penso, le mie
idee, le sensazioni, i progetti - è come un treno: può contenere cose e
persone, ma per muoversi ha bisogno dei binari. E i binari sono le strutture
sintattiche su cui faccio procedere le frasi compiute, le
parole, i periodi, le congiunzioni, gli avverbi con cui formulo e do forma al
pensiero, anche il più banale. Soltanto in questo modo il pensiero, perlomeno
il mio, può arrivare a destinazione, ovvero definirsi ed essere compiuto. Ma
soprattutto, soltanto affidando il pensiero a una forma strutturata in frasi
definite riesco a capire esattamente ciò che sto pensando. In assenza di
binari, le cose e le persone contenute nel pensiero si affollano sulle
pensiline in disordinata e irritante attesa, in una confusione di volti e di
oggetti da cui non è facile separare il proprio dall'altrui. Alle corte: per
sapere che cosa si pensa occorre pensare in forma scritta.
venerdì 27 febbraio 2015
Scrivere 10
Certo - gli ho detto - anche per la scrittura si
tratta proprio di questo, di entrare e di uscire dalle cose che ci circondano
con un atteggiamento lieve, giocoso. Non sa quanti autori, giovani e non,
magari anche dotati, risultano alla fine impotenti o bloccati proprio per la responsabilità (del tutto autoriferita) che sentono collegata
all’atto di scrivere. Potremmo quasi dire che siamo in una zona affine
all’ansia da prestazione, per stare nel solco psicologico a lei caro. E invece
è proprio da una posizione più leggera, disincantata e anche un poco
autoironica che può nascere un lavoro buono, composto con muscoli rilassati e
senza mire di eternità, pur nel rispetto dell’impegno e della serietà che ogni
gioco giocato davvero richiede. Alle corte: è come
con il solitario, che esige la massima concentrazione nella certezza di
svolgere un atto superfluo.
mercoledì 25 febbraio 2015
Scrivere 9
Come una casa è composta in gran
maggioranza dal vuoto; come il nostro corpo è al settanta per cento acqua, così
l'attività dello scrittore è costituita in gran parte dall'ozio. Provate a
togliere il vuoto alla casa. Provate a togliere l'acqua al corpo.
Scrivere senza avere a lungo bighellonato intorno all'idea, scrivere senza aver prima girellato con la testa vuota di qua e di là, scrivere senza avere perso tempo vicino ai mille possibili sviluppi, scrivere senza aver vegliato a lungo su ogni frase, scrivere senza aver lasciato sedimentare i brani produce edifici invivibili, corpi secchi.
Scrivere senza avere a lungo bighellonato intorno all'idea, scrivere senza aver prima girellato con la testa vuota di qua e di là, scrivere senza avere perso tempo vicino ai mille possibili sviluppi, scrivere senza aver vegliato a lungo su ogni frase, scrivere senza aver lasciato sedimentare i brani produce edifici invivibili, corpi secchi.
martedì 24 febbraio 2015
Scrivere 8
C’è da dire una cosa: quando si soffre si ha la sensazione
di diventare più ‘sensibili’, e si tende perciò a scrivere di quello stato, da quell’apparente privilegiato punto di osservazione, così ricco di sfumature. È
un errore. Quando si soffre non si diventa affatto più sensibili, ma molto
molto meno capaci di cogliere i profili della realtà. Faccio un esempio: se ci
ustioniamo, la parte colpita sembra diventare più sensibile, ma in realtà è soltanto
reattiva, fa male appena la sfiori, ma è incapace di riconoscere il caldo dal
freddo, il liscio dal ruvido eccetera, perché il solo contatto produce dolore.
Così accade con le cose della testa (o del cuore, per quel che vuol dire).
Quando fa male da quelle parti crediamo di essere più sensibili, ma siamo solo
più reattivi. Scrivere di quella particolare reattività è un errore, perché ciò
che ne esce è soltanto la prova di una cieca reazione, già mille volte
descritta e di solito inutile e noiosa per chi legge.
Insomma, in attesa che passi la bufera bisogna continuare a
scrivere come se la bufera non ci fosse. Alle corte: niente intimismi e simili,
mai.
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