mercoledì 4 marzo 2015

Scrivere 14

Il fatto è che siamo portati a intendere la parola ‘vita’ come qualcosa di riconducibile a esperienze note, o almeno immaginabili, in un atto di superbo zoocentrismo (o, peggio, antropocentrismo). Non pensiamo mai di estendere la definizione di vita al respiro eterno e incessante degli atomi e delle molecole che si ricombinano da sempre in sostanze ora animate ora no. Non attribuiamo la patente di ‘vivente’ alla pietra che si sfalda e sulla quale i sali si dissolvono in ioni per riunirsi altrove in concrezioni nuove. Restiamo saldamente abbarbicati all’idea di vita connessa con gli esseri animati e individui.
Ma basterebbe estendere il senso del termine ‘vita’ anche alla parte inorganica del mondo per far diventare un saggio di geologia interessante come un romanzo. E se qualche autore cominciasse a scrivere la storia di una scaglia di ossidiana (o di un numero, o di un cactus) con la stessa intensità e angolazione di sguardo prestata agli umani, ecco che assisteremmo al sorgere di una nuova letteratura.



lunedì 2 marzo 2015

Scrivere 13

Bisogna parlare e scrivere tenendo conto dell'immaginario di chi ascolta o legge. Se io dico 'portamento', chi mi ascolta pensa istintivamente al passo della modella. Ma se io volevo intendere con 'portamento' ad esempio l'autorevolezza presente anche nella struttura fisica di una persona, allora dovevo sforzarmi per cercare il termine capace di evocare nell'altro esattamente ciò che io avevo in mente.
Dunque, per farsi capire occorre attingere, prima di usare una parola, a una sorta di 'patrimonio collettivo di immagini' e far coincidere la parola scelta con l'immagine collettiva che quella parola evoca.
Ma soprattutto occorre battersi - ripeto, battersi - fra vocabolo e vocabolo, fra termine e termine, scegliendo e scartando a oltranza, fino a ottenere il risultato voluto. Alle corte: parlare (o scrivere) con proprietà e con capacità di farsi intendere ha a che fare con le arti marziali.


domenica 1 marzo 2015

Scrivere 12

C’è chi (come me) vede in ogni elenco l’abbozzo o meglio lo scheletro di una narrazione, il riflesso di una storia, e ne assorbe il profumo. Ricavare da uno scarno elenco di nomi il senso di una trama può sembrare un modo elementare e forse pigro per dare libero sfogo all'immaginazione, ma l’esercizio è senza dubbio interessante e produce esperienze psichiche alte, al punto che io lo ripeto pressoché ogni giorno, con grande piacere. 
Alcuni esempi: leggere i necrologi e vedere l’arredamento delle case; scorrere i nomi dei vincitori di tappa del Tour de France, con l’atlante sott’occhio, e sentire il caldo del Mont Ventoux o le ventate di Normandia; leggere i nomi degli elementi chimici e scorgere i cristalli o la lava vulcanica.  




sabato 28 febbraio 2015

Scrivere 11

Il pensiero - vale a dire ciò che penso, le mie idee, le sensazioni, i progetti - è come un treno: può contenere cose e persone, ma per muoversi ha bisogno dei binari. E i binari sono le strutture sintattiche su cui faccio procedere le frasi compiute, le parole, i periodi, le congiunzioni, gli avverbi con cui formulo e do forma al pensiero, anche il più banale. Soltanto in questo modo il pensiero, perlomeno il mio, può arrivare a destinazione, ovvero definirsi ed essere compiuto. Ma soprattutto, soltanto affidando il pensiero a una forma strutturata in frasi definite riesco a capire esattamente ciò che sto pensando. In assenza di binari, le cose e le persone contenute nel pensiero si affollano sulle pensiline in disordinata e irritante attesa, in una confusione di volti e di oggetti da cui non è facile separare il proprio dall'altrui. Alle corte: per sapere che cosa si pensa occorre pensare in forma scritta.


venerdì 27 febbraio 2015

Scrivere 10

Certo - gli ho detto - anche per la scrittura si tratta proprio di questo, di entrare e di uscire dalle cose che ci circondano con un atteggiamento lieve, giocoso. Non sa quanti autori, giovani e non, magari anche dotati, risultano alla fine impotenti o bloccati proprio per la responsabilità (del tutto autoriferita) che sentono collegata all’atto di scrivere. Potremmo quasi dire che siamo in una zona affine all’ansia da prestazione, per stare nel solco psicologico a lei caro. E invece è proprio da una posizione più leggera, disincantata e anche un poco autoironica che può nascere un lavoro buono, composto con muscoli rilassati e senza mire di eternità, pur nel rispetto dell’impegno e della serietà che ogni gioco giocato davvero richiede. Alle corte: è come con il solitario, che esige la massima concentrazione nella certezza di svolgere un atto superfluo.





mercoledì 25 febbraio 2015

Scrivere 9

Come una casa è composta in gran maggioranza dal vuoto; come il nostro corpo è al settanta per cento acqua, così l'attività dello scrittore è costituita in gran parte dall'ozio. Provate a togliere il vuoto alla casa. Provate a togliere l'acqua al corpo.
Scrivere senza avere a lungo bighellonato intorno all'idea, scrivere senza aver prima girellato con la testa vuota di qua e di là, scrivere senza avere perso tempo vicino ai mille possibili sviluppi, scrivere senza aver vegliato a lungo su ogni frase, scrivere senza aver lasciato sedimentare i brani produce edifici invivibili, corpi secchi.

martedì 24 febbraio 2015

Scrivere 8

C’è da dire una cosa: quando si soffre si ha la sensazione di diventare più ‘sensibili’, e si tende perciò a scrivere di quello stato, da quell’apparente privilegiato punto di osservazione, così ricco di sfumature. È un errore. Quando si soffre non si diventa affatto più sensibili, ma molto molto meno capaci di cogliere i profili della realtà. Faccio un esempio: se ci ustioniamo, la parte colpita sembra diventare più sensibile, ma in realtà è soltanto reattiva, fa male appena la sfiori, ma è incapace di riconoscere il caldo dal freddo, il liscio dal ruvido eccetera, perché il solo contatto produce dolore. Così accade con le cose della testa (o del cuore, per quel che vuol dire). Quando fa male da quelle parti crediamo di essere più sensibili, ma siamo solo più reattivi. Scrivere di quella particolare reattività è un errore, perché ciò che ne esce è soltanto la prova di una cieca reazione, già mille volte descritta e di solito inutile e noiosa per chi legge.
Insomma, in attesa che passi la bufera bisogna continuare a scrivere come se la bufera non ci fosse. Alle corte: niente intimismi e simili, mai.