La difficile tecnica del racconto, storicamente poco esplorata in Italia, sta incontrando da qualche tempo una stagione di interesse, da parte di chi scrive. Ciò è dovuto probabilmente alla diffusione di quella che definirei letteratura della rete, nella quale la forma-racconto sembra trovare fisiologici sbocchi. Ma la disciplina del racconto resta comunque ardua: un territorio delicato che richiede dosaggi sapienti e minimi di ingredienti, dove un errore anche lieve può risultare determinante.
Il giovane autore che sceglie questa strada dovrà dunque dedicarsi con pazienza alla stesura di racconti adottando stili diversi, passando magari per una fase preliminare in cui i testi composti possono suonare alla maniera di più che propri. Non c’è nulla di male in ciò: tutti i pittori non hanno forse cominciato copiando per esercizio i grandi maestri che li hanno preceduti?
A. è un autore giovane e dotato di talento che ha tessuto una serie di racconti non tutti di pari livello, proprio come se esplorasse, al fine di conoscere davvero il passo che gli è più congeniale, diversi modelli narrativi. I suoi racconti paiono uno studio preparatorio delle proprie potenzialità espressive piuttosto che un lavoro pensato organicamente. Ed è proprio così che deve concepirlo: come uno studio preparatorio. Del resto, il compito più alto, per un autore, è quello di raggiungere un proprio stile. Ma per arrivare a quel traguardo occorre che l’autore si misuri e si eserciti su svariati processi di composizione, esplorando la varietà di forme sintattiche, di registri, di toni e di strutture testuali di cui dispone (ed è buona cosa disporne di alcuni), fino a riconoscere e perfezionare un suo proprio passo, una sua voce personale.
domenica 21 ottobre 2007
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