La questione è antica: per chi si scrive? Le anime belle dicono di scrivere per sé. Le persone sincere confessano di desiderare su ogni altra cosa la pubblicazione, e così dicendo affermano anch’esse implicitamente – e forse inconsapevolmente - di scrivere per sé. Chi scrive per sé, anima bella o persona sincera che sia, risparmia i soldi dello psicanalista e in ogni caso compie un esercizio buono ed efficace, come il nuoto. Ma è uno scrittore?
Vi sono poi quelli che scrivono per un pubblico predefinito e che producono quindi opere per ragazzi, o per amanti del fantasy, o per seguaci di discipline varie. Costoro svolgono un ruolo utile, conoscono regole e processi, sanno alimentare e anticipare le attese estetiche del loro pubblico. Ma sono scrittori?
C’è poi chi scrive ‘sotto scorta’. Costui scrive sia per sé e sia per un pubblico, ma per così dire in seconda battuta, perché ha scelto in primo luogo di sentirsi osservato, sempre, costantemente, mentre scrive, da un occhio esterno, e si preoccupa di restare degno di quello sguardo. Se l’osservatore esterno è un grande autore, chi scrive sotto la scorta del suo sguardo (non al suo modo, s’intende) potrà in futuro essere definito uno scrittore, ovvero non appena si sentirà in grado di sostituire quell’occhio autorevole con il proprio.
lunedì 16 luglio 2007
domenica 15 luglio 2007
riti
E' noto che per essere accettati, oggi come ieri, presso determinati gruppi, che per ottenere i gradi di questa o quella disciplina occorre passare attraverso un rito detto di 'iniziazione', grazie al quale non solo la mente, ma anche il corpo del neofita (per via della tensione e dell'ansia che le prove iniziatiche producono) viene per così dire segnato dal rito, affinché la memoria biologica possa riandare da quel momento in poi a un prima del rito e al dopo dell'iniziato.
Per la scrittura, gesto individuale e solitario come altro mai, ha senso ed è possibile essere 'iniziati'? Credo proprio di sì: ha senso, perché rafforza la coscienza - sempre in dubbio nei veri scrittori - di essere appunto uno scrittore; ha senso, inoltre, perché è sempre bene che anche il corpo sappia (in forma ufficiale, giacché è ovvio che il corpo vive ogni nostro atto) e partecipi delle cose della mente; ed è infine possibile, come dirò di seguito, essere iniziati.
La maggior parte degli scrittori, infatti, ha praticato quasi istintivamente il suo proprio rito iniziatico, quando, ad esempio, si è sottoposto per almeno una settimana a levatacce alle cinque del mattino seguite dal quasi immediato impegno al tavolo di scrittura per tre o quattro ore. Solo in questo modo infatti, o altri analoghi ma sempre capaci di piegare il corpo a una prova forte, è possibile conoscere qualcosa di sé e del proprio modo di scrivere.
Per la scrittura, gesto individuale e solitario come altro mai, ha senso ed è possibile essere 'iniziati'? Credo proprio di sì: ha senso, perché rafforza la coscienza - sempre in dubbio nei veri scrittori - di essere appunto uno scrittore; ha senso, inoltre, perché è sempre bene che anche il corpo sappia (in forma ufficiale, giacché è ovvio che il corpo vive ogni nostro atto) e partecipi delle cose della mente; ed è infine possibile, come dirò di seguito, essere iniziati.
La maggior parte degli scrittori, infatti, ha praticato quasi istintivamente il suo proprio rito iniziatico, quando, ad esempio, si è sottoposto per almeno una settimana a levatacce alle cinque del mattino seguite dal quasi immediato impegno al tavolo di scrittura per tre o quattro ore. Solo in questo modo infatti, o altri analoghi ma sempre capaci di piegare il corpo a una prova forte, è possibile conoscere qualcosa di sé e del proprio modo di scrivere.
domenica 1 luglio 2007
centro e periferia
Chiunque abbia mai tentato di stabilizzare un ombrellone su uno scoglio avrà imparato rapidamente questa semplice regola (dopo aver tentato invano, accostando grosse pietre contro lo stelo): per dare stabilità al centro, rappresentato allo stelo, occorre adottare forze che agiscano lontano dal centro stesso, ovvero sulla periferia. E avrà ad esempio praticato quattro fori laterali alla base di una bottiglia di plastica - giova avere sempre con sé un coltellino - nei quali avrà infilato due pezzi di legno lunghi un braccio e disposti a croce piatta. Quattro pietre posate alle estremità dei bracci di questa croce-basamento, ovvero lontano dal centro-stelo, daranno al tutto piena stabilità.
Ma perché raccontare tutto questo? Alle corte: anche nel narrare una storia occorre tenere conto del fatto che il centro si stabilizza agendo sulla periferia, vale a dire che la storia principale reggerà soltanto grazie al sapiente dosaggio di storie periferiche connesse da lontano con quella.
E forse questo principio non vale soltanto per gli ombrelloni e per i romanzi...
Ma perché raccontare tutto questo? Alle corte: anche nel narrare una storia occorre tenere conto del fatto che il centro si stabilizza agendo sulla periferia, vale a dire che la storia principale reggerà soltanto grazie al sapiente dosaggio di storie periferiche connesse da lontano con quella.
E forse questo principio non vale soltanto per gli ombrelloni e per i romanzi...
domenica 17 giugno 2007
binari
Il pensiero - vale a dire in generale ciò che penso, le mie idee, le sensazioni, i progetti - è come un treno: può contenere cose e persone, ma per muoversi ha bisogno dei binari. E i binari sono le strutture sintattiche su cui faccio procedere il pensiero, sono le frasi compiute, le parole, i periodi, le congiunzioni, gli avverbi con cui formulo e do forma al pensiero, anche il più banale. Soltanto in questo modo il pensiero, perlomeno il mio, può arrivare a destinazione, ovvero a definirsi e a essere compiuto. Ma soprattutto, soltanto affidando il pensiero a una forma strutturata in frasi definite riesco a capire esattamente ciò che sto pensando. In assenza di binari, le cose e le persone contenute nel pensiero si affollano sulle pensiline in disordinata e irritante attesa, in una confusione di volti e di oggetti da cui non è facile separare il proprio dall'altrui. Alle corte: per sapere che cosa si pensa occorre pensare in forma scritta.
mercoledì 13 giugno 2007
appunti
Ognuno di noi, presto o tardi, viene sfiorato dal sospetto che tutto sia inutile e vano.
I più cercano di non pensarci e reagiscono progettando nuove cose, mentre lo stupido diventa malinconico e poi depresso. Lo stupido, infatti, di solito è anche superbo (in quanto stupido) e soffre perciò al pensiero che il suo 'io' non valga niente.
Poi c'è il saggio: sa da tempo che tutto è inutile e vano, sa che il suo 'io' non vale niente, ma non si deprime, e nemmeno si lancia in nuovi progetti, più o meno nobili, più o meno alti, individuali o collettivi. No, il saggio prende appunti e consiglia a tutti, stupidi e no, di usare molto l'ironia, di ridere di sé e del mondo, perché progetti e depressione possono diventare sinonimi.
I più cercano di non pensarci e reagiscono progettando nuove cose, mentre lo stupido diventa malinconico e poi depresso. Lo stupido, infatti, di solito è anche superbo (in quanto stupido) e soffre perciò al pensiero che il suo 'io' non valga niente.
Poi c'è il saggio: sa da tempo che tutto è inutile e vano, sa che il suo 'io' non vale niente, ma non si deprime, e nemmeno si lancia in nuovi progetti, più o meno nobili, più o meno alti, individuali o collettivi. No, il saggio prende appunti e consiglia a tutti, stupidi e no, di usare molto l'ironia, di ridere di sé e del mondo, perché progetti e depressione possono diventare sinonimi.
mercoledì 6 giugno 2007
saggio o romanzo?
Vi sono autori di saggi storici che desiderano dare un taglio meno ordinario al loro lavoro introducendo brani di colore letterario. Ma ciò è sufficiente? Di solito no. L'imponente mole di dati storici documentali viene infatti appena scalfita dagli stratagemmi di 'adattamento narrativo' adottati per dare al saggio storico una più sbarazzina fisionomia di romanzo. Inoltre, il frenetico srotolarsi di dati, date, nomi e vicende, lungo i capitoli, fa precipitare il lettore in una sorta di vertigine nomenclatoria non compensata da autentici 'effetti di romanzo', poiché i quadri narrativi quasi sempre nascono e muoiono in se stessi, restando privi di quella rete di rimandi interni tra personaggi ed eventi che, artatamente tesa - tipica malizia del romanziere - tiene il lettore in costante attesa di un poi, di uno svelamento.
mercoledì 16 maggio 2007
happening
Il 9 giugno 2007 terrò un happening di scrittura a Ivrea. Mi è stato chiesto di che si tratta e non ho saputo rispondere. Trattandosi di un esperimento mai tentato prima, infatti, io stesso non so prevederne l'esito. So per certo, però, che in un pomeriggio tenterò di dimostrare che governare la parola attraverso l'atto di scrivere (senza gerarchie: dal racconto umoristico al necrologio, dal biglietto di auguri al saggio sui lombrichi) è necessario, o meglio indispensabile, se si vuole davvero percepire il mondo, potenziare i sensi, dare vita ai propri sogni o progetti e rafforzare la fiducia in se stessi, tanto per citare così, a braccio, alcuni dei ventisei motivi per cui si deve scrivere.
E lo farò con argomentazioni verbali, con esempi pratici, con esercizi di scrittura da svolgere sul posto o più tardi a casa, lo farò con l'ausilio di test giocosi, con prove tecniche, con eventi scenici, ma sempre con la penna fra le dita. E i partecipanti, in quanto tali, potranno ovviamente partecipare: ascoltando, intervenendo, confutando, scrivendo, cancellando, agendo, attaccando l'avversario (interno ed esterno), in un rutilante e babelico crocevia di parole.
E lo farò con argomentazioni verbali, con esempi pratici, con esercizi di scrittura da svolgere sul posto o più tardi a casa, lo farò con l'ausilio di test giocosi, con prove tecniche, con eventi scenici, ma sempre con la penna fra le dita. E i partecipanti, in quanto tali, potranno ovviamente partecipare: ascoltando, intervenendo, confutando, scrivendo, cancellando, agendo, attaccando l'avversario (interno ed esterno), in un rutilante e babelico crocevia di parole.
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