lunedì 10 settembre 2007

i crostini di Gigio

Stiamo bevendo un bicchiere di vino all’osteria L’Achiugheta di Venezia e intanto, dietro il bancone, Gigio, il cameriere, accomoda su un grande piatto numerosi crostini di pane. Poi, con molta concentrazione, distribuisce su ognuno di essi prima un pizzico di sale e dopo una spruzzatina di pepe. Quindi fa scendere su ogni crostino, dalla bottiglia prelevata sul ripiano, un filo d’olio, dosandolo con millimetrica precisione affinché cada proprio al centro e in quantità fissa. Ora osserva il tutto, attende qualche secondo che l’olio venga assorbito dal pane e poi inizia a sistemare sul suo schieramento, con studiata meticolosità, una dopo l’altra, le morbide strisce di peperone arrostito che sceglie attentamente da una ciotola lì vicino. Alla fine riprende il giro, ma questa volta per poggiare con delicatezza due acciughe marinate sopra ognuno degli ormai opulenti crostini. Ecco, adesso il piatto è pronto per essere posto sul bancone, a disposizione dei clienti, ma prima di abbandonarlo, Gigio gli getta ancora un lungo sguardo circolare scrutando al tempo stesso l’insieme e ogni singola parte, come se compisse una sorta di revisione generale.

Ecco, ho detto tra me, è così che si scrive.

uso e etimo

E’ senza dubbio certo che l’unico vero lasciapassare di una parola è al postutto la lingua d’uso, sia per la forma (vespertillo divenne pipistrello nella lingua d’uso e tale oggi è la forma corretta) e sia sul piano semantico (fesso ha allargato il suo senso da participio di fendere fino al noto bonario insulto, e ora fesso allude solo alla stupidità). E tuttavia, nonostante la forza dell'uso, io non riesco a usare il termine esatto per esprimere il concetto di giusto, corretto, tanto risuona forte in me, in quella parola, il participio di esigere. Così come non riesco a dire o scrivere egregio, a causa della presenza del gregge in quell’aggettivo.

Alle corte: l’etimologia è un formidabile argine contro una sorta di naturalezza dell’uso, a causa della quale si tende a far proprie tutte le parole per puro contagio espressivo.

Ma si badi, percepire di tanto in tanto le parole alla luce della loro origine o della loro storia è attività esente da pose di puristi o da schemi ideologici: è solo questione di orecchio.

martedì 4 settembre 2007

deriva

E’ strano che sia invalsa la moda di chiedere agli scrittori opinioni su fatti di cronaca o su idee generali.
Lo scrittore sperimenta parola dopo parola e riga dopo riga quanto sia potente e necessario il dubbio. Chi scrive sa che basta un piccolo evento per abbattere quella sottile barriera di protezione, fatta di certezze e convinzioni, con cui ha rivestito il caos furibondo che lo abita. Scrivere impedisce che questa barriera si rafforzi, scrivere impedisce l’intasamento e neutralizza il desiderio di imporre con rigidità un ordine assoluto a ciò che assoluto non è. Di fatto, chi scrive ha scoperto, anche solo per ragioni di scelte lessicali, che ogni certezza tende a ispessire la barriera, a intasare.
Alle corte: è assurdo chiedere opinioni a chi ha scelto, suo malgrado, il dubbio e l’incertezza, a chi ha reso le sue convinzioni fluttuanti per lasciarle andare un po’ alla deriva…

martedì 28 agosto 2007

fermentare

Si dice di chi scrive che 'è in fermento'.
Fermentare è alla base della vita: fermentano il pane e il vino, per diventare tali. E l'intestino ha bisogno di fermenti per funzionare.
Ho sempre sostenuto che il cervello e l'intestino sono lo stesso organo (anche nella forma, se ci si pensa) e hanno funzioni analoghe: ricevono, elaborano, assimilano ed espellono, se l'organismo è sano. Il cervello riceve immagini e suoni e parole (ovvero il cibo), elabora e genera pensieri (la digestione), trattiene ricordi e produce una 'filosofia' propria (gli elementi che nutrono), espelle il risultato dei pensieri (non c'è bisogno di analogia).
In pratica, per star bene non bisogna essere stitici, bisogna scrivere, se no i pensieri si accumulano nella testa e occludono. E appena espulso un pensiero bisogna tirare l'acqua e passare ad altro, se no si resta infantili.

ricordare per scrivere

Chi scrive per ricordare deve ricordarsi prima di tutto di ricordare.
E per ricordare occorre di volta in volta appuntare in forma di frammento il ricordo che è stato evocato magari da un balcone fiorito o dalla penombra di un porticato. Questo lavoro di annotazione deve essere svolto con metodo, ed è perciò necessario avere sempre con sé il taccuino su cui trascrivere, nel momento stesso in cui il ricordo emerge, quel dettaglio o quel colore. Poi, con calma, si dovrebbe passare alla stesura più meditata organizzando il materiale raccolto in una struttura narrativa o più semplicemente, senza scomodare Proust, in una cornice descrittiva. Oppure, e credo sia la cosa migliore, è sufficiente lasciare i frammenti trascritti sul calepino così come sono nati (a patto di averli scritti con la massima cura sintattica pur nel fervore del momento), vale a dire lasciando intatto, in quel breve testo, il lampo di verità trasfigurata che è il ricordo.
Ma attenzione, scrivere i ricordi non vuol dire comporre l’autobiografia, che richiede un progetto, ma significa catturare, nel flusso del presente, lo spontaneo apparire di bruscoli di passato.
Alle corte: i ricordi affiorano come relitti e devono perciò galleggiare sulla pagina allo stesso modo, senza connessioni dirette.

lunedì 27 agosto 2007

scrivere per ricordare

P. scrive: “Ho tante cose dentro di me, che premono per venire fuori, ma non so farle uscire.”
Credimi – ho risposto - l'unico modo per far rivivere le cose è quello della scrittura. Purtroppo, però, chi scrive non rivive davvero l'esperienza evocata, ma ne respira soltanto gli ultimi profumi, poiché per restituire davvero ciò che si vuole far riemergere occorre lavorare duro di sintassi, di vocaboli scelti con cura, di ritmo. Così, chi scrive rievoca poco, ma chi legge, se l'autore ha faticato (sacrificando il suo proprio ricordo), rivivrà le esperienze altrui godendone appieno. Dunque, bisogna scrivere, non c'è altro modo per salvare i propri ricordi, ma sapendo che li si rende disponibili per gli altri, più che per sé. La storia della vecchina morta sola e senza figli, senza lasciare ricordi di sé, è molto bella, ma non è vero che nessuno ha raccontato nulla di lei. Grazie alla tue parole, io, oggi, ho saputo della sua esistenza, ed è come se la avessi vista. Dunque, non è poi così vero che si scompare del tutto. Ma bisogna scrivere e scrivere, per ricordare, tenendo comunque a mente Qoelet: "Né di un sapiente, né di un idiota avrà memoria il tempo." E al tempo stesso sapendo però che ogni nostra parola (e gesto, e sguardo) interagisce con il mondo e lo cambia per sempre, cosicché risulta impossibile scomparire...
Insomma, tutto è duplice, e muta, e sfugge e resta. E scrivendo si raddoppia la duplicità ma anche il mutamento, e si moltiplica l’assenza ma anche la presenza.

giovedì 9 agosto 2007

pubblicare

R. ha scritto un bel libro, ma soffre perché non trova un editore.
Caro R. - gli ho risposto - ritengo che tu sia un buon scrittore, ma del tipo che definirei 'scrittore giovane'. Non per l'età e nemmeno per i temi trattati, ma per il bisogno di pubblicazione che ti anima. Tale bisogno, bada, è comune a chiunque scriva, ma è prepotente nel 'giovane scrittore', ed è un bisogno capace di produrre anche molta frustrazione, se disatteso.
In effetti, essere giovani vuol dire vivere ancora nel pieno della stagione delle illusioni.
L'illusione, tuttavia, non è quella di pubblicare, ma quella di credere che la pubblicazione potrebbe dare un senso alla tua vita, alle cose che fai. Non è così. Il senso delle cose che fai è esclusivamente nelle cose che fai. Il resto è burocrazia. Ciò non vuol dire che non devi cercare di pubblicare, ma devi farlo con leggerezza, con distacco, senza pensarci troppo. Spedisci il libro e poi dimentica di averlo spedito (non è facile, lo so) e intanto prosegui, scrivi altro, fai bricolage, progetta nuovi cicli narrativi. Ma senza credere che debba essere il mondo esterno a darti conferme: non te ne darà, nemmeno se e quando i tuoi libri saranno pubblicati e venduti in centinaia di copie.