
Scrivi, descrivi, scava alla ricerca del vocabolo proprio, affonda nella varietà lessicale, penetra nel mare dei sinonimi, sviscera ogni possibile esito sintattico, conficca la penna nella massa di toni fino a trovare il tuo tono, il tuo stile.

Come è noto, alcune discipline artistiche, di recente, hanno assunto dignità di rimedi per disagi o malesseri. S. mi chiede se la scrittura può avere una sua valenza curativa. Con le debite cautele, posso dire che l’esercizio della scrittura, praticato con metodo e dentro un progetto chiaro, impone per tutto il tempo della seduta una accresciuta e fortissima presenza di sé, cosa del resto comune a ogni disciplina. E la presenza di sé, anche questo è noto, è indispensabile per governare e controllare le emozioni, con innegabile beneficio per molti stati alterati dell’essere.
Su un piano più astratto e per certi versi più fantasioso, la scrittura di un romanzo, o meglio la ‘discesa’ all’interno di un personaggio, può aiutare a spiazzare in parte la cosiddetta ‘memoria cellulare’, intesa come abitudini o automatismi acquisiti dal nostro corpo a causa di spinte sempre identiche: emotive, inconsce, respiratorie e simili. In altre parole, scavando a fondo nella struttura mentale del personaggio che sta creando, lo scrittore è costretto a rimodellare, volente o nolente, la propria mente, con inevitabili ricadute e riverberi sul corpo.
Infine, per quanto mi riguarda, trovo che la vera ‘terapia’, quando scrivo, discenda dalla concentrazione necessaria a tenere insieme la sintassi e la storia, la fluidità dei periodi con la sequenza logica, il dialogo e le digressioni. Una concentrazione che su di me è capace di debellare virus e batteri, errori posturali e cattive abitudini alimentari, compresa la fantomatica ‘memoria delle cellule’ (che, secondo S., esiste veramente…).
Per una ragione che non so e non voglio spiegare, ho da sempre la sensazione che il mio anno interiore cominci a metà luglio. E’ quella l’epoca in cui di solito do inizio a un romanzo o definisco con maggior rigore i progetti a venire. E infatti, eccomi, puntuale, alle prese con il nuovo romanzo, che è ancora senza titolo. Ho stabilito di scrivere mille parole al giorno e sto mantenendo la tabella di marcia. Come dico spesso agli esordienti, per scrivere occorre possedere la forza titanica del travet, apprezzare la solitudine claustrale. Solo con la costanza della volontà (almeno per me) si ottengono risultati concreti.

Lo scrittore, come il sarto, deve lavorare molto di ago e di filo, per cucire insieme le parole affinché diano non solo senso, ma anche luce alla frase; poi deve cucire fra loro le frasi, per ottenere il nesso logico che le concatena, ma facendo anche in modo che ogni frase sfoci nell’altra con naturalezza e fluidità; poi dovrà cucire fra loro i capitoli o i brani per governare l’architettura narrativa, avendo però cura di garantire ritmo e interesse…
Insomma, si scrive con ago e filo, e poi con ago e filo e poi con ago e filo…



Il narratore ha bisogno di una storia. Allo scrittore basta la sintassi.
Il narratore ti cattura (ovvero, tu vai verso di lui, entri nella storia che ti racconta e dimentichi te stesso). Lo scrittore ti libera (ovvero viene verso di te e ti apre nuove strade: le sue parole agiscono su di te e in te, suscitano la tua reazione e ti lasciano presente a te stesso).
Alle corte: il narratore va a capo spesso, lo scrittore ha pagine compatte.