F. mi dice che quel tale autore, pur scrivendo bene, non lo convince del tutto e non sa perché. Gli rispondo che secondo me quell’autore è senza dubbio padrone dei fondamentali, sa usare gli strumenti tecnici, ma è per così dire 'impregnato di presente', e questa scelta lo condiziona, perché gli impedisce di esprimere il 'di più' che invece riescono a esprimere gli autori che osservano meno la religione culturale del loro tempo, quale che essa sia.
Quel ‘di più’ infatti lo esprimono gli autori che scrivono guardando davvero altrove, e per altrove intendo semplicemente un bisogno interno più forte di ogni necessità del momento. A quel ‘di più’, stilisticamente, ci arriva chi non strizza l'occhio al pubblico, ma attinge dal suo proprio sulfureo o scanzonato mondo, producendo opere magari fuori tempo e fuori mercato, ma che regalano al lettore il senso di essere al cospetto di un testo che definirei 'dotato di anima', se sapessi che cosa vuol dire ‘anima’. Se però con 'anima' intendiamo quel sapiente processo tecnico e stilistico (metafore sapienti, accostamenti di aggettivo e sostantivo, capacità di creare attesa...) in grado di indurre nel lettore sia una sorta di febbrile ‘caduta nel testo’ e sia o soprattutto la sensazione di essere il solo beneficiario a goderne, ecco che riusciamo a intravedere una sorta di spartiacque.
Alle corte: i grandi autori parlano sì al pubblico, ma non si tratta del pubblico collettivo, bensì del singolo lettore, che in cambio di questo dorato privilegio onorerà l'autore sentendo quasi fisicamente tutta la forza e l'autenticità del testo.
domenica 22 luglio 2007
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